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17/02/12

Straniero a chi? Identità e diritti degli italiani di seconda generazione

A diciotto anni i ragazzi e le ragazze dovrebbero avere come unica preoccupazione l'esame della patente di guida, lo studio e il divertimento. Qulcuno, a diciotto anni, si ritrova però ad affrontare problemi ben più grandi: la burocrazia, la legge italiana, la propria identità e il diritto alla cittadinanza.
I ragazzi di seconda generazione sono tutte quelle bambine e bambini nati in Italia da genitori stranieri, oppure arrivati da piccoli nel nostro paese. La loro vita potrebbe essere come quella dei compagni di scuola, invece al compimento della maggiore età si ritrovano a cercare su google cosa sia un'espulsione, la clandestinità e il diritto di cittadinanza.
Il principio dello ius sanguinis, il "diritto di sangue" che vige in Italia, permette ai figli di italiani di ottenere la cittadinanza direttamente dai propri genitori, "ereditandolo" da loro. Il principio dello ius soli invece concede lo stesso diritto anche a chi nasce in un determinato paese. Le due possibilità coesistono nei più importanti paesi europei e negli Stati Uniti, ma non in Italia. Cosa succede allora nel nostro paese?

16/02/12

Gli afgani che non si fidano degli italiani

Gli afgani non hanno fiducia nelle truppe internazionali. Se li incontri per le strade di Herat o di Farah e fai le domande giuste li sentirai lamentarsi che non si sentono sicuri contro la minaccia talebana, che la comunità internazionale non li coinvolge abbastanza e non si preoccupa dello sviluppo economico e della ricostruzione. È quello che  ha fatto il ricercatore e giornalista freelanceGiuliano Battiston: è andato in giro per le province dell’Afghanistan a parlare con la popolazione civile, e quello che ne è uscito fuori è la ricerca “Le truppe straniere agli occhi degli afghani: percezioni, opinioni e rumors a Herat, Farah e Badghis”. Promossa daIntersos e presentata ieri a Roma, l'inchiesta offre per la prima volta il punto di vista degli afgani sulla presenza delle truppe straniere nel loro paese. 
Battiston ha centrato la sua ricerca in tre province - Herat, Farah e Badghis appunto - che si trovano nell’area del comando regionale occidentale Isaf-Nato sotto responsabilità italiana, raccogliendo le testimonianze di 72 interlocutori diversi: governatori, commercianti, autorità tradizionali (Shura), insegnanti, giornalisti, religiosi, imprenditori, funzionari governativi, operatori sociali e sindacali. “Un campione non molto esteso ma variegato e rappresentativo di sentimenti diffusi anche nel resto dell’Afghanistan”, ha precisato il giornalista. “Si tratta di uno strumento utile che fornisce indicazioni a chi ha il compito istituzionale di delineare il contributo italiano alla soluzione del conflitto”.
Il dato più evidente emerso dal lavoro è lo scollamento tra le dichiarazioni delle cancellerie occidentali, che sostengono che le forze Isaf-Nato siano riuscite in buona parte a stabilizzare il paese, e quelle degli afgani, secondo i quali la comunità internazionale ha fallito nel garantire la sicurezza. “Nel 2004 i Talebani erano circa 400. Nel 2009, 25.000. Oggi possono contare su 30.000 combattenti. La comunità internazionale dovrebbe cominciare a chiedersi perché i ribelli aumentano invece di diminuire”, afferma M. Akram Azimi, docente all’Università Ghargistan di Farah. Gli afgani non temono solo per la loro incolumità fisica ma anche per l’eccessivo squilibrio tra i fondi destinati alle operazioni militari e quelli per lo sviluppo e la ricostruzione: “Oltre ad un’efficace strategia di contro-terrorismo, servono opportunità di lavoro, senza le quali i Talebani sono destinati a crescere”, è la testimonianza di Rahman Salahi, capo Shura dei professionisti di Herat.
Altre critiche alle forze internazionali riguardano la scarsa considerazione per le conseguenze delle loro operazioni sui civili, l’uso indiscriminato dei bombardamenti aerei e dei raid notturni, la violazione degli spazi domestici. Tutte azioni che agli afgani appaiono immuni dalla legge: “In caso siano vittime di un incidente, gli afgani non hanno alcuno strumento legale per chiedere giustizia, mentre la protezione dei civili dovrebbe essere una priorità”, dice Abdul Qader Rahimi, dell’Afghanistan Independent Human Rigths Commission, Herat
Anche le attività integrate civili-militari svolte dai Prt (Provincial Reconstruction Teams) hanno ricevuto diverse critiche. Molti intervistati lamentano la poca trasparenza nella gestione dei progetti, la confusione tra gli obiettivi della sicurezza e quelli della ricostruzione e contestano il fatto che ai militari siano assegnati compiti civili: “Quando chiediamo più sicurezza, i militari ci dicono di essere qui per la ricostruzione. Quando chiediamo la ricostruzione, ci dicono di essere qui per la sicurezza. Alla fine, non garantiscono nessuna delle due”, spiega Farid Ehsas, esponente della società civile diFarah. A preoccupare è poi la percezione di quanto in fretta sfiducia e insicurezza si traducono in diffidenza e sospetto. Secondo molti afgani intervistati, infatti, i contingenti Isaf-Nato sono in Afghanistan per promuovere gli obiettivi strategici dei rispettivi paesi piuttosto che per garantire il benessere della popolazione. 
Nonostante tutto , la maggior parte degli intervistati ritiene che debbano restare oltre la data annunciata del ritiro, il 2014, con una nuova e più efficace strategia. I motivi sono tanti: l’instabilità del quadro politico interno, la scarsa fiducia nei confronti della leadership locale, la convinzione che le truppe straniere siano un deterrente all’affermazione deiTalebani più efficace dell’esercito locale e poi il timore che il vuoto post-ritiro possa essere occupato dalle potenze confinanti, come Iran Pakistan, e che con le truppe vadano via anche gli aiuti finanziari di cui il paese ha bisogno in questa delicata fase di transizione. 
Gli afgani, conclude Battiston, chiedono di poter riavere la sovranità nella gestione del loro paese e il sostegno della comunità internazionale nella ricostruzione e nella cooperazione civile anche dopo il ritiro dei militari: “Qualsiasi intervento che non tenga conto delle opinioni degli afgani è destinato ad essere fragile e poco duraturo”.

Barbarie senza confini

Atto d’amore per la cultura africana, barbara mutilazione per quella occidentale. Sono questi i due volti di un fenomeno che secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, interessa ogni anno almeno 130 milioni di donne e bambine in tutto il mondo. E che continua a crescere a una media di due milioni l’anno. Si tratta della pratica delle mutilazioni genitali femminili (Mgf) considerata dalle tradizioni locali africane un completamento della femminilità. Le sue radici risalgono addirittura alla mitologia che attribuiva agli dei un carattere bisessuale. La circoncisione quindi nell’uomo e nella donna, assicurava all’uno la virilità, all’altra la femminilità. 

E così si spiega la sopravvivenza di una pratica oggi considerata uno dei più barbari esempi di tortura, ma regolarmente utilizzata in circa trenta paesi africani soprattutto presso le comunità islamiche e i nomadi animisti, ma anche presso i cristiani e gli ebrei etiopi. “Se non si comprendono le culture indigene, gli sforzi esterni per sradicare questa tradizione sono destinati a fallire”, scrive l’antropologa sudanese Rogaia Mustafa Abusharafat. 

Ma l’operazione che priva le donne del piacere non viene compiuta soltanto presso le comunità africane, perché il fenomeno è divenuto globale. “Il problema delle mutilazioni genitali femminili sta diventando sempre più parte della realtà europea”, dichiara Emma Bonino. Che, insieme ai deputati della sua lista al Parlamento europeo e all’Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos), ha organizzato lunedì scorso una conferenza presso la Camera dei Deputati.

Secondo stime non ufficiali, infatti, questa pratica coinvolge anche in Europa almeno seimila bambine ogni anno e il fenomeno è destinato ad aumentare anche a causa della forte emigrazione dai paesi dove le Mgf vengono costantemente praticate. In occasione della conferenza “Proposte per un cambiamento” sono state presentate le diverse iniziative in atto per combattere il fenomeno. La stessa Bonino lo scorso novembre ha fatto approvare dal Parlamento di Bruxelles una risoluzione ufficiale per chiedere che venga applicato il diritto di asilo politico alle donne che si rifiutano di sottomettersi alle mutilazioni. Da allora sono state accolte tre richieste in Belgio e Francia e 25 domande sono arrivate in Germania.

“Questo è lo strumento principale con cui si possono combattere le mutilazioni genitali femminili”, afferma Bonino, “e infatti è sostenuto energicamente anche dall’organizzazione statunitense Human and Civil Rights”. Gli altri strumenti internazionali attualmente esistenti sono la Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989, la risoluzione 251 del 1992 del Consiglio economico e sociale delle Nazioni unite sulle pratiche tradizionali che minacciano la salute delle donne e dei minori, la dichiarazione dell’Organizzazione dell’Unità africana del 1995 per un piano d’azione che riguarda la situazione delle donne in Africa e, infine, la piattaforma di azione della quarta conferenza mondiale sulle donne di Pechino del 1995. Per quanto riguarda l’Italia, sono stati proposti vari disegni di legge per stabilire il divieto delle mutilazioni, che oggi vengono eseguite per lo più in cliniche private. E, in Europa, una normativa in materia esiste soltanto in Inghilterra, Svezia e Norvegia. 

Le mutilazioni genitali femminili sono in continuo aumento, dunque, nonostante i disegni legislativi e le proposte d’intervento non siano del tutto assenti. In alcuni casi le donne culturalmente più emancipate sono spinte a ribellarsi, in altri invece questa pratica viene percepita come normale. Soprattutto perché si è diffusa l’abitudine a mutilare le bambine nei primi anni di vita, quando non hanno ancora sviluppato il desiderio sessuale e non si possono rendere conto del significato della mutilazione.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ne esistono tre tipi principali: la sunna o asportazione del prepuzio del clitoride, l’escissione – diffusa soprattutto in Egitto e in alcuni paesi dell’Africa orientale – che consiste nell’asportazione del clitoride e, a volte di tutte o parte delle piccole labbra. E infine l’infibulazione, quella più terribile, diffusa soprattutto in Somalia, Gibuti e Sudan che consiste nell’ablazione completa del clitoride e delle piccole labbra, con cucitura delle grandi labbra.

Oltre alle conseguenze sulla salute delle donne, dalla diffusione dell’Aids per la mancata sterilizzazione degli strumenti utilizzati, alle emorragie, alle infezioni, alla difficoltà di parto che diventa estremamente doloroso e che rischia di uccidere il feto, le donne che subiscono una mutilazione genitale accusano delle ricadute psicologiche durissime. Spesso infatti cadono in stati depressivi e soffrono di cambiamenti umorali. Inoltre questa pratiche, effettuate per preservare la verginità e la fertilità, spesso sono invece causa di sterilità. E, per le usanze africane, questo significa per la donna essere emarginata e ripudiata dalla comunità. O addirittura cacciata di casa o uccisa se la pratica, provocando la ritenzione del sangue mestruale, blocca il flusso e gonfia l’addome, tanto da farla sembrare incinta. Ironia della natura. 

Spesso inoltre le donne non sono informate sui loro diritti così, sottolinea Bonino, “è necessario effettuare una campagna focalizzata. Per questo abbiamo in progetto un sito Internet anche in lingua araba e francese che possa fornire un supporto a chi decide di rifiutare la mutilazione”. E aggiunge: “i risultati di questa battaglia sono ancora lontani, anche se nel corso del mio viaggio in Africa ho assistito a una cerimonia pubblica molto significativa: le praticone di 11 villaggi, le donne che effettuano le operazioni con mezzi di fortuna, hanno consegnato spontaneamente i loro coltelli, lamette e aghi, in un segno simbolico di rinuncia a praticare le mutilazioni sulle bambine. Un segno forse del fatto che siamo sulla strada giusta”.

Mutilazioni genitali femminili: ogni giorno 8mila bimbe a rischio

Ogni, 6 febbraio, si celebra la Giornata internazionale per l'abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili, una pratica cui sono state sottoposte circa 140 milioni di donne nel mondo. E che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità interessa 3 milioni di bambine ogni anno, 8mila al giorno. Anche l’Italia non è immune a questa pratica: si stima che siano 35mila le donne sottoposte a mutilazioni genitali nel nostro paese. 

Secondo Aidos, l'impegno dell'Italia, che in questo campo si era distinta negli anni passati, sia con misure volte a prevenire la pratica nel nostro paese, sia con misure di cooperazione allo sviluppo, è venuto progressivamente affievolendosi. Poco o nulla si sa dei fondi che ogni anno la legge n. 7/2006 mette a disposizione le attività di prevenzione. 

Per questo l’Ong ha indirizzato una Lettera Aperta ai ministri del Welfare con delega alle Pari Opportunità Elsa Fornero, della Salute Renato Balduzzi, degli Esteri Giuliomaria Terzi di Sant'Agata e della Cooperazione Internazionale e Integrazione Andrea Riccardi: un richiamo all'impegno dell'Italia per promuovere l'abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili, un impegno che non può venire meno proprio nel momento in cui si registrano i primi progressi verso l'abbandono definitivo della pratica e dunque verso il pieno godimento dei diritti umani anche per le donne e bambine finora sottomesse a questa norma sociale.

Un primo passo potrebbe essere quello di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica, che l’Italia non ha ancora sottoscritto


Sul fronte europeo Amnesty International promuove fin dal 2010 la campagna END FMG e rinnova l’appello all’Unione Europea per mettere in atto una strategia globale contro le mutilazioni genitali femminili. L’appello è già stato firmato da 42mila persone.

15/02/12

PENA DI MORTE QUANDO LA VITA GENERA MORTE (LEGALMENTE)




LA SITUAZIONE OGGI NEL MONDO

La pena di morte è l'attuazione del principio etico-giuridico in base al quale lo Stato può decidere legittimamente di togliere la vita ad una persona. Ma di fronte agli elenchi di alcolizzati, malati di mente, emarginati di ogni tipo mandati a morte si ha l'impressione di essere davanti ad un potere che disinfesta, un "potere giardiniere", che si incarica di estirpare le erbacce. Ad essere giustiziati non sono soltanto gli omicidi, ma anche i responsabili di reati economici, talvolta molto lievi.

Spesso i processi non sono equi e regolari. In Iran negli anni scorsi sono stati celebrati processi della durata di pochi minuti, davanti ad un giudice non indipendente (un'autorità politico-religiosa), e si sono conclusi con una sentenza di morte, inappellabile, eseguita quasi immediatamente. 

Negli USA, in un sistema giudiziario assai evoluto, un errore commesso da un avvocato d'ufficio inesperto (come, ad esempio, un leggero ritardo nella presentazione di elementi a discarico) può comportare la fine di ogni speranza per l'imputato.